Fonte: Parlamento europeo — Microplastiche: origini, effetti e soluzioni. English versionVersion française

Microplastiche. In ogni organismo vivente.

In pochi decenni la plastica è entrata ovunque: oggetti, vestiti, cibo, aria. Le microplastiche — particelle solide sotto i 5 millimetri, insolubili e persistenti — sono oggi una sorta di smog solido invisibile che contamina mari, fiumi, suolo, atmosfera e catena alimentare. Sono state trovate in tessuti umani, in organismi marini, nel suolo agricolo, nelle acque dolci. Non esiste più un ecosistema che ne sia privo.

Ne esistono due tipi. Le microplastiche primarie sono prodotte intenzionalmente piccole: microsfere in cosmetici e detergenti, glitter, granuli per campi sportivi artificiali. Le secondarie nascono dal degrado di oggetti più grandi: imballaggi, reti da pesca, tessuti sintetici, pneumatici. Le principali sorgenti europee non sono solo sacchetti e bottiglie, ma l'abrasione degli pneumatici sul manto stradale, il lavaggio di capi in fibra sintetica, i granuli dei campi in erba artificiale.

Una volta rilasciate, circolano tra acqua, aria e suolo — e finiscono nei nostri piatti. Il ciclo è chiuso e globale.

Negli ecosistemi marini molte specie le ingeriscono scambiandole per cibo, con effetti su nutrizione, crescita, riproduzione e infiammazione dei tessuti. Le particelle risalgono la catena alimentare portandosi dietro additivi chimici e inquinanti assorbiti sulla loro superficie.

Per la salute umana il quadro è in evoluzione. Sappiamo che micro e nanoplastiche arrivano attraverso cibo, acqua e aria, e sono state trovate in diversi tessuti umani. I meccanismi di possibile danno — infiammazione, stress ossidativo, interferenze ormonali — sono documentati in molti studi sperimentali. La quantificazione del rischio per l'essere umano è ancora in corso. L'esposizione è certa. I segnali sono preoccupanti. Le certezze quantitative devono ancora consolidarsi.

L'Unione europea si è mossa. Il Regolamento (UE) 2023/2055 introduce restrizioni alla vendita e all'uso di prodotti con microplastiche aggiunte intenzionalmente: cosmetici esfolianti con microsfere, glitter plastici, granuli per campi sintetici. Divieti progressivi, obblighi di etichettatura, incentivi verso materiali alternativi. In parallelo si lavora su pneumatici meno abrasivi, filtri per i lavaggi domestici, standard per i depuratori.

Davanti a un inquinamento così diffuso la tentazione è quella della resa. Alcune scelte concrete esistono — ridurre plastica monouso, preferire tessuti naturali, evitare cosmetici con microperle — ma la parte decisiva resta politica e industriale. Le microplastiche già disperse resteranno a lungo: non possiamo bonificare il pianeta fino all'ultima particella. Possiamo però chiudere il rubinetto, riducendo drasticamente le nuove emissioni.

La transizione ecologica non è solo CO₂. È anche chimica, materiali, ciclo della plastica. La domanda è se saremo capaci di trasformare questo tema — apparentemente tecnico — in una delle frontiere politiche del nostro tempo.

Un problema materiale, non morale

Le microplastiche non sono il risultato di "comportamenti sbagliati" di singoli individui distratti, ma il prodotto coerente di un modello industriale fondato su petrolio a basso costo, oggetti usa-e-getta e scarico dei costi esternalizzati. Il fatto che oggi respiriamo, mangiamo e beviamo plastica è un dato fisico, non una metafora: segna il punto in cui la società dei consumi penetra letteralmente nei nostri tessuti.

Per questo la risposta non può ridursi a un appello alla buona volontà del consumatore: servono politiche che vietino ciò che è vietabile, rendano costoso ciò che oggi è "facile" per l'industria, finanzino ricerca e riconversione verso materiali diversi e facciano pagare le esternalità a chi le genera. In gioco non c'è solo la tutela degli ecosistemi, ma anche un'idea di democrazia materiale: chi decide che cosa finisce dentro i nostri corpi, e con quali regole?

— R.D.B., maggio 2026